PITTURA (1991-2010)
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ARTURO LINI
Arturo Lini, di cui è stato sottolineato lo sconfinamento tra
i generi quale suo tratto caratteristico, non è esente da influssi
derivanti dalle correnti della pittura informale materica, così
come da quelli provenienti da un certo tipo di simbolismo di natura
antropologica, entrambi evidenti in alcune opere quali Piccola Partitura,
dove la campitura è stesura di materiale cromatico aggregato
in grumi quasi plastici, a significare la materiale tangibilità
dell'espressione umana, antropologica, appunto. La stesura materica
del colore acrilico, d'altronde, suggerisce anche le modalità
espressive dell'arte primitiva delle popolazioni etniche di certe regioni
del mondo ancora immuni dalla contaminazione civilizzatrice.
Ma l'espressione umana si materializza anche in opere ancora più
concettuali di Lini, dove il simbolo diviene archetipo universale del
corpo umano inscritto nel cerchio vitruviano, o il Totem a
cui le culture arcaiche attribuivano il potere magico di realizzare
l'ancestrale unione tra il sacro e il terreno, tra gli dei e gli uomini.
Totem - icona che l'artista rappresenta con la purezza di un
segmento verticale simmetricamente collocato nel niveo candore di una
forma che pare suggerire una testa umana, inserita su uno sfondo indistinto,
magmatico come il caos primordiale.
Marcella Malfatti, dal
catalogo Astrattismo a Viareggio, Palazzo Paolina, Viareggio
2009
I SIMBOLI DELL'IO
[...] Ma questa consistenza mi suggerisce di tornare a quella "Partitura".
A quel suo arcaico aspetto, ammantato di luce etrusca. È forse
uno sguardo mancato, impenetrabile. Non occhi, viso, corpo, ma solo
uno sguardo che non ci è giunto, o che viceversa non riusciamo
a vedere: è la volontà di uno sguardo.
Se alla origini della stele arcaica c'è un'idea antropomorfa,
qui c'è una perdita di quella.
Forse Lini desidera proprio questo: di essere rassicurato da questo
oggetto sia in quanto culmine di una ricerca incessante, sia soprattutto
come rivelazione di un'idea sacrale; quindi la probabilità della
ricerca di una presenza paterna, associata al colore della terra etrusca.
Il quadrato, il cerchio, collocati nella zona dell'attenzione che si
impone attraverso la finestra aurea. Quella sorta di " bottoni
materici ", grumi di gesso e colla, che stanno all'opposto dei
" fori " di Fontana.
Non l'intimo desiderio di andare oltre, di sondare l'ignoto e di svelare
la materialità della tela, ma piuttosto di riportare l’universo
in quell'oggetto mistificato nella luce, con il suo frontale d'armatura
a conservare la propria autorità.
Paolo Antognoli,
presentazione alla mostra I Simboli dell'io, Palazzo Mediceo,
Seravezza 1998